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Home Storia della cucina ligure Miaeli in ti euggi i nostri pesci!
Miaeli in ti euggi i nostri pesci! PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Dolcino   
Martedì 14 Febbraio 2012 16:10

Abbiamo già detto delle fortune del cinquecentesco mercato ittico in Chiappa (v. pag. 2), dell'obbligo da parte dei rivenditori, venuti in possesso della merce, di correre là per la via più breve, alla massima velocità possibile: per non dar luogo a svendite con sapore di concorrenza sleale, per non sottrarsi ai severi controlli igienici...

Più vicino a noi — non ci è dato sapere con precisione quando — quell'obbligo decadde: le pescivendole partivano impunemente alla conquista d'ogni strada cittadina, ricevuto il pescato dopo una rapida contrattazione: «Acca un — secondo la formula dei banditori nostrani — acca due, acca trèi!..

Più spesso in coppia, ciascuna reggendo un'impugnatura della grande cesta, e la stadera, e un secchio d'acqua salsa con cui ad intervalli ristorare la loro merce, e magari un altro paniere sul capo, queste donne erano maestre nell'arte difficile dei richiami, con veri e propri slogans capaci di fare invidia agli specialisti odierni. Spesso versi particolarmente musicali, frasi che valevano di per sé un componimento poetico:

- Gh'emmo l'argento do ma'.

(Abbiamo l'argento del mare!)

- Ancioe che pan carrobbe!

(Acciughe che sembrano carrube!)

- Miaeli in ti euggi, i nostri pesci!

(Guardateli negli occhi, i nostri pesci!)

- Son vivi che veuan scappa, che veuan xoa!
(Son vivi che vogliono scappare, che vogliono volare!)

- Gh'ò e boghe che parlan!
(Ho le bughe che parlano!)

- Donne, no gh'èi de palanche?! Vegni da mi!
(Donne, non avete soldi?! Venite da me!)

- I nostri moscardin bagian!
(I nostri moscardini sbadigliano!)

- Gh'emmo i pesci de badda!

(Abbiamo i pesci gratis!)

E vi fu un foresto, a proposito di quest'ultima espressione, che si convinse come il termine «de badda» stesse a indicare una determinata località, dove il mare fosse particolarmente ricco e generoso.

Andò in Chiappa — si raccontava — e insistette a lungo per avere pesci che fossero assolutamente «di Badda».

Ebbe invece una sporta di ingiurie, ritenendo le venditrici che il «fucciarin», ossia la piccola cianfrusaglia — secondo l'epiteto più benevolo elargitogli — volesse prendersi gioco di loro...

E in materia occorre ricordare una caratteristica peculiare di queste pescivendole. più spesso di dimensioni allarmanti: la loro pericolosità anche per l'uomo più spregiudicato, ad affrontarle in uno scontro verbale, con la lingua che poteva essere stiletto e frusta; pronte all'ingiuria coloratissima come personaggi rabelesiani, e di favolosa fantasia nello snocciolare rovinosi alberi genealogici dell'incauto che aveva osato sfidarle. Una dote atavica, comune ai vari luoghi di provenienza.

Ma a quest'ultimo proposito ancora un richiamo è da citare:

Gh'emmo e ancioe de Pegi!

(Abbiamo le acciughe di Pegli!) Le acciughe di Pegli: indiscutibilmente le miss della categoria, per alcune rivenditrici. Quelle, ovviamente, provenienti laboriosamente dalla località specifica. Ma altre sostenevano la superiorità delle acciughe della Foce — poniamo — e altre ancora quelle di Sturla, di Pra, e così via. Come se i pesci fossero pervicacemente sedentari, pronti a farsi pescare, per l'appunto, piuttosto che abbandonare la soglia di casa...

 

Tratto da “Liguria a Tavola” supplemento de Il Lavoro – 1984
Testo di Michelangelo Dolcino

 


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