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Home Storia della cucina ligure Con la frittata nel cestino
Con la frittata nel cestino PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Dolcino   
Martedì 14 Febbraio 2012 15:57

La seconda festa di Pasqua, ovvero il Lunedì dell'Angelo — non Pasquèta, come pure si legge ogni anno nei giornali cittadini, ma è termine d'altre regioni, indicando da noi l'Epifania — era consacrato alle gite nei dintorni della città. Mete preferite erano i «terrapieni», l'erta di Coronata, il pendio di Montesignano, ma in particolare la Madonna del Monte, il «Monte» per antonomasia. Vettovagliamento di prammatica era la torta Pasqualina, o quanto rimaneva di essa dal giorno precedente; ma per chi non sapeva frenarsi e l'aveva vista dissolversi, vi era la fresca risorsa della frittata. Lo precisa pure Nicolò Bacigalupo, in uno dei suoi «Inni civili», del 1903:
«L'èa de rito, l'èa de regola, / de tià a mezo e braghe gianche, / d'andà a-o Monte a fa baldoria, / co-a frità in to cavagnin, / d'andà in bettóa pe petrolio/ e pe scigoe in Cianderlin»...
«Era di rito, era di regola, / sfoggiare le brache bianche, / andare al Monte a far baldoria, / con la frittata nel cestino, / andare all'osteria per petrolio/e per zufoli in Pianderlino»...

E occorre avvertire che per «scigoe» non s'intendeva soltanto i villerecci strumenti ricavati dalla scorza dei polloni di castagno, ma anche donnine frivole. Comunque, le gite di quel giorno erano generalmente affrontate con castissimi   intenti  e  la  famiglia  al completo: la prima uscita a largo raggio dell'anno, a controllare — per così dire — se il grande miracolo del rifiorire  della  natura   ancora  una volta s'era compiuto.

 

Tratto da “Liguria a Tavola” supplemento de Il Lavoro – 1984
Testo di Michelangelo Dolcino
 


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