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Home Storia della cucina ligure Tradizioni a volo di pollo
Tradizioni a volo di pollo PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Dolcino   
Martedì 14 Febbraio 2012 14:45

Vi accingete a sistemarvi in un nuovo appartamento? Occorre anzitutto portarvi una scopa, e il primo pasto consumatovi dovrà comprendere un pollo. Usare la scopa — nuova, altrimenti ci si trascinerebbe la cattiva sorte — simboleggia il liberarsi da ogni aspetto negativo del passato; quanto al pasto «obbligatorio», ricorda che in tempi remoti si era soliti, in molti paesi d'Europa, murare una vittima umana nelle fondamenta del nuovo edificio facendo così felici gli spiriti. Successivamente ci si servi di un pipistrello o appunto di un gallo: e ancor più ragionevolmente, ad un certo momento, si constatò che il pennuto faceva miglior fine a tavola.

Proprio il gallo, peraltro, rappresentava una sorta di portafortuna per altri aspetti. I sabba, cioè le riunioni periodiche delle streghe con la benevola partecipazione dei diavoli, avevano termine proprio col canto del gallo, apportatore di luce, che metteva in tuga le inquietanti creature. Per questo, per tener lontani demoni e fattucchiere, l'immagine del gallo compariva tanto facilmente sulle banderuole dei tetti, e — arrosto o «alla cacciatora», con un ben strano senso di gratitudine — nei pasti appena importanti.

Addirittura indispensabile, poi, nel pranzo di Ognissanti: sarebbe altrimenti compromesso il benessere natalizio. Infatti, «Santi senza becco, Natale maledetto» (o «secco secco», o «meschinetto»; ma anche nelle varianti il significato del proverbio genovese rimane immutato). Lo stesso pollo, invece, è da bandire rigorosamente nel pranzo di Capodanno, dove sarà indispensabile la carne di maiale. Questo, grufolando, spinge la terra davanti a sé, e simbolo ed augurio di prosperità; al contrario il pollo, ruspando, allontana con le zampe il terriccio dietro di sé, lo disperde: è simbolo di dissipazione.

Il cappone, e ancor più il tacchino, — «o bibbin.> — rientrano infine nelle più precise tradizioni natalizie. Lo afferma pure la versione dialettale della «Pastorella» di Sant'Alfonso de' Liguori: «A Natale mangièmo de bon, / carne de porco e un bello cappon. O santo Gesù mio, / e primma do capon / ghe veu o bibbin!. ...


Tratto da “Liguria a Tavola” supplemento de Il Lavoro – 1984
Testo di Michelangelo Dolcino

Ultimo aggiornamento Martedì 14 Febbraio 2012 14:48
 


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