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Home Storia della cucina ligure Sul pane capovolto ballano le streghe
Sul pane capovolto ballano le streghe PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Dolcino   
Mercoledì 15 Febbraio 2012 07:50

Perchè una quantità di persone evita accuratamente di invitare tredici commensali?

Il numero ha una pessima fama, tanto da dare origine in certuni a un vero e proprio complesso, chiamato dagli specialisti «triscaidecafobia». Le spiegazioni della nefasta reputazione non mancano. Per una, occorre risalire addirittura alla storia babilonese, a quando nella distruzione dell'harem regale per un incendio perirono le tredici consorti. Da allora il re avrebbe legittimamente detestato il numero tredici: in una specie di rivalsa portò a venti le nuove mogli, ma la cattiva fama del 13 si sparse universalmente. Ma non meno curiosa è un'interpretazione inglese: la reputazione sinistra sarebbe dovuta al fatto che il boia percepiva un tempo per le sue prestazioni proprio 13 pence. Per il mondo cristiano — in particolare nel caso dei tredici commensali — la superstizione trova invece giustificazione nell'ultima cena: tra i presenti, il tredicesimo venne ucciso, oppure — se si preferisce — il tredicesimo, Giuda, si macchiò d'un orribile tradimento... «Tema libero», oggi. Delle zuppe, cui propriamente è dedicato questo fascicolo, già abbiamo parlato alle pagg. 106 e 107; liberi quindi da impegni precisi, possiamo affrontare un qualsiasi argomento, scegliendo appunto quello delle superstizioni a tavola. Ritornando quindi al succitato Giuda, diremo che almeno altri due particolari lo riguardano. Sulla tavola apparecchiata, intanto, mai posare monete: ciò ricorda i trenta denari ricevuti dal figuro per il suo tradimento. E perchè, poi, il fico è albero particolarmente infido, ovvero «stocchaeso», spezzandosi quando meno un malcapitato se l'aspetta? Si tratta dell'«albero di Giuda»: secondo una tradizione, infatti, il personaggio finì per impiccarsi proprio ad un fico, che conserva quindi qualcosa di traditore... Sulla tavola, ancora, mai appoggiare le posate, gli stuzzicandenti o altro, in modo che risultino incrociati: rappresenterebbero un pessimo augurio. Si suppone che costituiscano un riferimento alla tomba, dov'è raffigurata la croce. E azione ancor più biasimevole sarebbe quella di posare accanto al piatto il pane capovolto. Nel Ponente si afferma che su di esso «ballan e strie», ballano le streghe; a Genova si diceva ai bimbi che in mare, nello stesso momento, una nave rischiava di capovolgersi...

A tale divieto si può dare una duplice spiegazione. Per la prima, si osserva che all'atto della cottura si tracciava su ogni forma un segno di croce: capovolgerla, significherebbe irridere a quest'ultima, perlomeno mancare di rispetto. Per la seconda spiegazione — meno convincente ma più curiosa — si ricorda che nei secoli passati il boia era naturalmente un emarginato, e così la sua famiglia. Addirittura, il fornaio avrebbe tenuto da parte il pane a lui sarebbe quella di posare accanto al piatto il pane capovolto. Nel Ponente si afferma che su di esso «ballan e strie», ballano le streghe; a Genova si diceva ai bimbi che in mare, nello stesso momento, una nave rischiava di capovolgersi...

A tale divieto si può dare una duplice spiegazione. Per la prima, si osserva che all'atto della cottura si tracciava su ogni forma un segno di croce: capovolgerla, significherebbe irridere a quest'ultima, perlomeno mancare di rispetto. Per la seconda spiegazione — meno convincente ma più curiosa — si ricorda che nei secoli passati il boia era naturalmente un emarginato, e così la sua famiglia. Addirittura, il fornaio avrebbe tenuto da parte il pane a lui facesse altrettanto, quindi, creerebbe in qualche modo uno sgradito accostamento con la figura del boia. Il pane è alimento-simbolo di dono divino, citato nel «Pater Noster»; se cade, dev'essere subito raccolto e baciato. Ai bimbi s'impedisce di «giocare» con esso, come magari si tollera con altro cibo; chi ne sprecasse o ne gettasse tozzi nei rifiuti, in futuro patirà certamente la fame. Se ne deve raccattare anche una semplice briciola. Altrimenti, all'inferno si verrà condannati a raccogliere proprio briciole per l'eternità, servendosi d'una forchetta rovente per riporle in un canestro senza fondo. Il pane, ancora, non dev'essere impastato da una donna con le mestruazioni, giacché non lieviterebbe; peraltro, in quelle condizioni neppure si deve sperare di confezionare una buona maionese, che regolarmente «impazzirebbe»...

Tratto da “Liguria a Tavola” supplemento de Il Lavoro – 1984
Testo di Michelangelo Dolcino

 


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